A.A.A.

Vicende metropolitane.Di consuetudine il Giovedì, con i colleghi, trascorriamo la pausa pranzo in ufficio: si va al supermercato si compra qualcosa e si mangia e si beve (soprattutto) tutti insieme appassionatamente.

Da quando ci facciamo portare la pizza, ordinandola per telefono, tocca a me l’arduo compito, prima di arrivare in ufficio, di passare all’Esselunga per comprare le bibite.

Sono circa le 8.05 ed entro nel supermercato quasi deserto.
Mi dirigo al reparto bevande.
Alcoliche.
La pizza va consumata con una buona birra al seguito: regola d’oro dovunque e comunque.

La mattina non sono di buon aspetto: brutta cera, occhiaie, capelli a nido di passero e occhio smorto con qualche infiltrazione di cispa giallognola.
In tale stato larvale mi approssimo alla cassa (c’è ne una sola aperta vista la scarsa affluenza di pubblico) e mi accingo a pagare il dovuto.

Primo Giovedì: Cassiera di nome Maria Giovanna.
Acquisto 10 bottiglie di birra e due di vino (per i fan accaniti di Bacco).
La cassiera guarda ciò che ho comprato e mi guarda in faccia: cosa starà pensando?
Pago ed esco.

Secondo Giovedì: Cassiera identica alla settimana scorsa.
Acquisto 10 bottiglie di birra, due di vino e una bottiglia di Limoncello.
La Cassiera guarda ciò che ho acquistato e mi guarda in faccia con pena: intuisco quello che sta pensando.
Pago ed esco.

Terzo Giovedì: Cassiera: idem come sopra.
Acquisto 10 bottiglie di birra, due di vino, una bottiglia di Limoncello e una di Mirto (di scorta).
La Cassiera guarda ciò che ho acquistato e mi guarda in faccia con contrizione: sono certo di quello che le sta passando per la testa.
Mentre mi dà il resto fa scivolare tra le mie mani, con molta circospezione, un bigliettino: ”Alcol? Aiutati con una telefonata!”.

Mi sa che la mattina quando esco di casa mi devo fare un lifting per sembrare quanto meno una persona normale.

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Stralci di vita vissuta

Vicende metropolitane, in clima natalizio.Centro commerciale di “lusso”.

Bighellonando qua e là improvviso attacco di mal di pancia: cerco il bagno.
Lo trovo e, di fretta, infilo la porta.
Chiudo.

Soddisfazione e sollievo immensi!

Mi giro e mi rigiro: URCA! Manca la carta!
Panico e sudori freddi.

Come un coltellino svizzero salta fuori dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di fazzoletti di carta: alleluia!!

URCA!!! Due fazzoletti di carta: bè meglio che le mani!

Scarico…
…ROTTO!!

McGiver inventa: cestino di assorbenti usati, acqua corrente ed il gioco è fatto!
Apro la porta: gas lacrimogeni in uscita libera.
Sguardo stupito di un avvenente signora (starà pensando: cosa avrà fatto lì dentro per uscire così sudato e affannato?).
Imbarazzato esco.

Morale: in qualsiasi bagno entrerete ricordatevi SEMPRE, prima di iniziare, di controllare che ci sia la carta igienica e che funzioni lo sciacquone.

A me è andata di “lusso”, per fortuna!

Risse da Supermercato

Vicende metropolitane.Stazione Centrale di Milano: esiste un supermercato aperto 24 su 24 e 365 giorni all’anno (ometto il nome per non fare pubblicità esplicita o essere citato per diffamazione).
Frequentatori abituali di questo esercizio commerciale sono clochard, tossici, extracomunitari, ubriaconi e turisti giapponesi (avventori ignari del luogo in cui si trovano e dei pericoli che si possono incontrare); insomma un luogo tranquillo per passare una bella serata in compagnia!

Che cosa fare quando, la sera, ci sia accorge di aver dimenticato di comprare il latte per il Teo (mio figlio)? Quest’ultimo è molto suscettibile quando si tratta di “sgagnare”: perché iniziare l’indomani con una crisi di nervi, tentando di dissuaderlo a non mangiarsi 4 brioches e quindici biscotti? (Ha solo due anni).
Ok! Si va al supermercato della stazione.
Non era neanche tardi, saranno state le 21.30.
Entro e noto che hanno creato un spazio per l’acquisto di libri (tra l’altro ne ho trovati di interessanti) , cd (le solite collezioni di imperdibili di Mino Reitano, Nicola di Bari e Peppino di Capri a prezzi di stracciati) e videocassette (non tutte ispirate alle fiabe di Andersen).
Va bene mi avete beccato: sono un cliente abituale, non è la prima volta che vengo qui; ho cominciato a frequentare il luogo da quando ho scoperto cosa succede l’indomani mattina quando dimentico di comprare il latte!
Mi dirigo alla cassa dopo aver preso due litri di “Intero” e due pacchi di brioche (per rifornire la dispensa, in caso che la creatura abbia fame durante la notte).
C’è una discreta fila: sono tra un giapponese carico di pasta e scatole di pelati (un altro convertito alla dieta mediterranea; è dura mangiare sempre soia e bambù!) e un ubriacone con in mano un cartone di Tavernello e due bottiglie di birra che canta amabilmente una canzone formata da quattro parole ripetute alla nausea (fenomeno che mi veniva provocato dal suo alito al rabarbaro misto a tabacco invecchiato).
Poco avanti c’è un tossico, gracilino, malconcio e pure quasi cieco (viste le enormi lenti dei suoi occhiali) che sta per acquistare una stecca di cioccolato fondente, molto distaccato dalla realtà, praticamente in viaggio; davanti a lui un energumeno alto due metri e di stazza “Tank”, con il collo da giocatore da Rugby: visti di fianco i due sembravano Davide e Golia.

Non so bene che cosa sia accaduto tra i due, ma il bestione si è girato di scatto e ha piazzato un bel diretto tra gli occhi del tossico, trasformando i suoi occhiali in un tatuaggio molto fedele alla realtà.
Silenzio nel supermercato (tranne la nenia dietro di me sopra descritta), tensione che si tagliava a fette, tutti fermi e zitti (tranne il drago Grisoù appostato alle mie spalle).
Il tossico si rialza, barcolla, riesce a “staccarsi” gli occhiali; fissa con sguardo da talpa Golia e gli dice (con fare “impastato” classico di quelli sotto l’influenza di droghe pesanti): ”Se mi hai rotto gli occhiali vedi!”.

Ha guardato gli occhiali (mi sa che non li ha visti), ha guardato in faccia Golia (mi sa che non ha visto neanche lui), ci ha pensato un pò su (più che altro era oramai alle cozze dopo il K.O. subito e i fumi di droga nel cervello) ed ha esclamato (con fare minaccioso): ”Per questa volta ti è andata bene!”. Si è rimesso quello che rimaneva degli occhiali, ha tirato su con il naso e si è diretto verso l’uscita.

Ho aspettato il mio turno.
Ho pagato il latte e le brioches.
Sono tornato a casa.

Storia di una Band

“…The Baaaaand! The Baaaaand!….”
Concorso a premi: indovinate da che film è tratta questa esclamazione (in originale).
Chi non l’ha mai visto si metta in regola.

Ebbene sì, faccio parte anch’io di una Band.
Una Band che ha avuto i suoi natali più di 15 anni fa: suonavamo nel teatro dell’oratorio con un impianto scalcinato e gracchiante marcato FBT, una miriade di cavi (molti dei quali inutilizzabili) e assediati dagli scarafaggi (neri e grossi).

La prima formazione ufficiale era composta da (ometto i nomi per rispetto e pudore): R. “the edge” alla chitarra ritmica e voce, G. “Jackblues” alla chitarra solista e all’oboe (strumento abbandonato dopo la pessima e noiosa esecuzione de ”Il vecchio e il bambino” di Guccini), W. “Waters” al basso, D. “Metronomo” alla batteria (metronomo perché è l’unico batterista al mondo che ne fa uso), G. “Ruben Sosa” alle tastiere (in realtà ne aveva solo una molto scalcinata che quando meno te lo aspettavi attaccava a tutto volume con basi pre-registrate ed era un’impresa fermarla).

Le nostra prima cover di successo fu “Guantalamera” canzone che trascinava le folle!
L’apice si ebbe, però, quando ci lanciammo sui grandi pezzi rock: l’interpretazione di “Born in the USA” fu un successo planetario, non vi dico quanti ortaggi abbiamo racimolato quel giorno.

Terminata la stagione “oratoriana” la Band ha avuto defezioni importanti (R. “the edge” e G. “Ruben Sosa” si sono burrascosamente allontanati dal gruppo: il primo per seguire la carriera scolastico-giornalistica, il secondo si è perso nei meandri psichedelici della sua tastiera e non si è mai ritrovato), ma ha continuato la sua attività con gli altri tre membri che hanno continuato a suonare negli ambienti Underground (la sala prove frequentata si trovava in uno scantinato nella periferia milanese, gestita da un individuo losco il cui nome era “Picchio”, di cui parleremo un’altra volta): banco di prova erano i matrimoni nei quali i tre venivano affiancati da session man scelti nel panorama musicale nostrano (praticamente gli scarti di Raoul Casadei).
In una di queste occasione la Band ebbe il piacere di accogliere una grande prima chitarra, ossia M. “Slowhand”, che, uscito malconcio da un’esperienza di musica gospel, voleva un rilancio immediato nel panorama musicale (quale maniera migliore se non aggregarsi con la band più rilanciata d’Italia? Il rilancio avveniva al di fuori dallo stesso locale: RI-Lancio!).
Dunque la Band ebbe una forte scossa con questa new-entry e si lanciò (auto-lancio) nel mondo blues e della musica anni 60-70: dove Eric Clapton, Janis Joplin e i Led Zeppelin erano il pane quotidiano e i Beatles erano il vangelo. Ancora matrimoni su matrimoni (provate a suonare Whole lotta love durante il pranzo di un matrimonio: non vi danno neanche da mangiare!).

Ora la Band è ancora in attività, fervente attività, anche perché nuova linfa è stata infusa dall’entrata nel gruppo di due cantanti molto Blue-pesanti: “Dallas” Alice e Mami “blues”, le cui doti canore sono indiscutibili e quanto meno sono più presentabili degli altri componenti del gruppo.
Ora siamo al completo.
Suoniamo e ci divertiamo.
Il nome della Band? Siamo partiti con Musicalcel, siamo passati per Rejoice, dopo un breve intermezzo con il Nulla siamo passati sotto il nome di Z4cani, che poi si è trasformato in Z4cani and Dallas Alice, ma presto credo ci rinomineremo FourDogs and Attachment.

Chi vivrà vedrà.